U mostru

Il perché sua madre la gettò dalla scogliera non lo seppe mai per certo nessuno.

Nella si era svegliata sentendo i suoi passi. La madre era entrata in camera che ancora il sole non era uscito. Fuori, il cielo era ancora indeciso tra il grigio blu della notte e il giallo un po’ sciapo dell’alba.

L’aveva guardata con i suoi grandi occhi marroni, come specchi, e le aveva sorriso. Non le sorrideva così da tanto di quel tempo.

Stringeva tra le dita tozze e callose due rosari, uno era il suo, logoro e vissuto, l’altro era quello di Nella. Di graffi ce n’erano pochi. Sua madre la rimproverava, diceva che quella era la fede debole.

Glielo aveva messo al collo.

«Dobbiamo andare in un posto. Ho bisogno di te.»

Nella non aveva risposto, l’aria intrisa d’acqua di mare e il cielo indeciso, tutto la faceva sentire come ancora avvolta nel sonno.

L’aveva portata sulla scogliera, sopra la maidduzza, il mare era mosso e lo scirocco le scompigliava i capelli e il vestito.

Sua madre non l’aveva guardata per tutta la strada. Una volta arrivate le aveva sorriso ancora, le guance bagnate dalle lacrime.

Aveva visto gli scogli e la spuma attorno, come merletto.

L’acqua la trafisse, si insinuò dentro di lei che pareva lo strisciare delle serpi.

Le ruppe le ossa e le graffiò la gola.

Prima, però, dentro di lei tutta la storia aveva iniziato a girare veloce.

Come una ruota.

Nella

«Te piace, Nella?»

La grande ruota in legno era stata la prima cosa che aveva notato. I suoi lunghi raggi dipinti di giallo e di rosso l’avevano catturata immediatamente.

Nella, in piazza ci andava poco e se ci andava era per portare delle cose a suo nonno. Di solito non poteva, perché per le femmine era male, quello era posto dei maschi, ma era ancora piccola, quindi non si stupivano.

Cosa avesse portato quel giorno manco lo ricordava, suo nonno però l’aveva afferrata forte per la spalla e l’aveva trascinata a vedere il nuovo arrivo a Pietrarossa.

Nino lo aveva finito proprio quella mattina.

«Ma che è, nonno?»

Suo nonno aveva riso, rideva così forte che pareva venir giù tutta la piazza.

«Ma come che è? Un carretto! Là ci appizzi i cavaddi, e dietro ci vanno le persone.»

«Pure io?»

«’Nca certu, puru tu! Ti ci porto io! Vieni, guarda bene che ci sono tutti i pupiddi che ti piacciono.»

Nino, quando lo vide arrivare, s’abbassò che quasi toccava terra. «Signor Giacomo, egregissimo, baciamo le mani!»

«Baciamo le mani, Nino. Ma che capolavoro!»

«Avete visto? Chista è cosa nuova! C’ho messo una vita e poi guardi…»

Nella aveva smesso di ascoltare. Due occhi, grandi e neri, dipinti su un lato, la fissavano.

Fece scorrere le dita sul legno, la pittura asciutta era ruvida, i segni del pennello punzecchiavano a toccarli e le ricordò il mare.

«Picciridda!», la voce du carruzzieri la fece scantare, «Ti piace la mia storia?»

Nella lo guardò senza capire.

«Aspé, guarda, te la racconto.»

La portò dall’altra parte del carro.

Tutto iniziava col disegno di una donna che aveva la coda da pesce. I seni nudi coperti da lunghi capelli verdi e dagli occhi scendevano grosse lacrime che cadevano in mare. Era accovacciata su uno scoglio e guardava la luna riflessa nell’acqua.

«Ma che storia è?»

«Chista è la favola della Luna e della Sirena. La conoscono tutti in paese! Giacomì, ma a tua nipote non ci conti nulla?»

«Eh, che vuoi fare Ninuzzo. Riccilla tu, che io devo andare. Nella, fatti dire ‘sta cosa e poi vattinni a casa subito, capito?»

Lei annuì.

«Allora devi sapere prima di tutto che nel nostro mare nuotano tra le creature più strane.»

«Come u pesci spada?»

Nino rise. «Esatto, come lui, ma pure più strane! Tipo le sirene.»

«E che sono?»

«Sò mezze fimmine e mezze pisci. C’hanno la parte di sopra come le signorine e la parte di sotto come la coda dei pesci!»

«Schifo!»

«Sono bellissime invece. Quando cantano, gli uomini impazzisciunu e sono pronti a tutto, pure a gettarsi in acqua, per il loro amore.»

«Scimuniti, che ci fanno con una mezza pesce?»

«Figghia mia, l’amore mica ci vede. Ma comunque, questa è la storia della più bella delle sirene! C’aveva i capelli verdi come le alghe e gli occhi blu come quando vai a largo. Solo che sta figghiola si era innamorata di qualcuno che non poteva avere…»

«E di chi?»

«Della Luna.»

«Ma la luna è puru fimmina!»

«Ma tu non ci devi badare a queste cose, è una storia! La vuoi sentire o no?»

Nella sbuffò con il sorriso.

«Allora, la sirena era innamorata della Luna. La vedeva nel cielo tutte le notti e riflessa nell’acqua. Più provava a prenderla, più il riflesso svaniva, e tutte le sante notti la sirena piangeva. Una notte il Mare, suo padre, le chiese perché fosse sempre così abbattuta. Disse: ‘Figlia mia’», intonò Nino, con un vocione preso in prestito, «‘Perché piangi? Chi ti ha fatto uno sgarbo? Tu dimmelo, e io lo punirò!’, ma idda continuò a piangere e rispose: ‘Padre, nessuno mi ha fatto nulla, se non il mio stupido cuore, mi ha fatto innamorare della Luna, che non potrò mai avere’. Il Mare allora ci pensò poi, arrivato a una conclusione, le disse: ‘Figlia, se è questo che ti fa soffrire realizzerò il tuo sogno…’»

Il dito di Nino si spostò sul pannello a fianco dove c’era dipinto un grande scoglio a forma di “C”, con al centro uno specchio d’acqua dove si rifletteva la luna.

«Ma io questo lo conosco! È lo scoglio nostro!»

Nino annuì. «Esatto. Perché, vedi, è questo quello che fece il mare per sua figlia. La trasformò in un enorme scoglio, nell’abbraccio del quale ogni notte avrebbe riposato la Luna. Così la Luna e la Sirena poterono finalmente stare insieme per sempre. Si dice pure che se tu ami qualcuno, e questo amore è impossibile, devi andare a esprimere un desiderio proprio lì, nel loro abbraccio, e loro te lo realizzano.»

«E gli occhi? Quelli dell’altro disegno?»

«Questa non è storia per te, piccirì. Ora va a casa, che tuo nonno se no…!»

Nella non protestò. Corse a casa e i colori del carretto la accompagnarono.

Era cresciuta uguale a sua madre. Aveva il collo sottile, e le labbra accennate appena. Gli occhi parevano due olive da raccogliere e i capelli erano di un castano argentato. Le crescevano ispidi sulla testa e sua madre glieli tagliava corti.

Suo padre morì in mare. Lo avevano aspettato a lungo sulla scogliera, giorni interi sperando di vedere la barca riapparire.

Fu allora che sua madre smise di sorridere.

«Del mare t’ascantari, Nella. Che è troppo grosso e feroce. Ti prende e ti mastica, s’ingoia te e le tue ossa e di te si dimenticano tutti.»

«Ma io papà non l’ho scordato.»

«No. Di tuo padre purtroppo noi non ci scordiamo. Ma gli altri sì.»

Le puntò gli occhi addosso.

«C’ho solo te, Nella. Ci dobbiamo bastare. Ti devi trovare qualcuno che si prende cura di noi. Io sono troppo vecchia.»

«Non abbiamo soldi, mamma?»

«Mi invento qualcosa. Per noi femmine guadagnare è sempre possibile.»

C’aveva dieci anni, o poco più, quando fece la comunione. Era vestita di bianco.

Sua madre doveva lavorare, così la mandò col figlio della vicina, lo chiamavano Giupé.

Finita la funzione, corsero sino alla spiaggia della maidduzza, si spogliarono e si tuffarono in acqua. Nella del suo corpo non si era mai vergognata, ma quel giorno sentì qualcosa pizzicarle addosso.

Gli occhi di Giupé.

Quando uscirono, si sdraiarono a pancia all’aria sulla sabbia, col fiato corto e caldi per il sole. Poi lui si alzò e la prese per mano. Lei non capì subito, rimase come una bambola.

Lui le baciò la guancia, la bocca, le passò le dita tra i capelli e le leccò il collo. Nella avvertiva qualcosa di sbagliato.

Poi le afferrò la testa e la spinse giù, la fece mettere in ginocchio. Non sapeva bene perché, ma volle assaggiarlo.

Fece scorrere la sua lingua sulla pelle salata, si immerse in quell’odore aspro. Le dita di lui, che prima erano state morbide e dolci, adesso erano dure e forti e la spingevano sempre di più. Nella sentiva di non riuscire a respirare.

Strinse i denti e lui urlò.

Giupé stava per andarle contro, quando qualcosa dietro di lei lo spaventò. C’era una donna.

Era contro luce. La ragazzina strinse le palpebre per vederla.

Aveva i capelli neri e lunghi, feroci, arrivavano alle ginocchia. Pareva rovinata, la pelle era secca e i vestiti sporchi e stracciati, ma era così bella che le mozzò il respiro.

Stava guardando Giupé. Il ragazzo prese di corsa la tunica da fantasma e volò via.

Nella si alzò in piedi, consapevole come mai della sua nudità, della sabbia appiccicata alla schiena, ai polpacci, sulle ginocchia.

Ora guardava lei. E Nella quegli occhi li aveva già visti.

La donna sorrise, e alla ragazzina ricordò chissà perché un gatto. Uno di quei gatti che vedi per strada, dal pelo bruciacchiato per il troppo sole, bello che vorresti portartelo a casa ma che ti soffia appena ti avvicini.

«Come ti chiami?», gracchiò.

Nella non rispose.

La donna fece segno col mento di seguirla. «Vieni. Sì tutta fitusa.»

Ci sono cose, questo Nella lo capì dopo, che nella vita si fanno senza motivo. Si fanno perché si sente così, te lo dice il sangue.

La seguì.

La infilò in una tinozza di rame. Faceva lo stesso odore delle monete pesanti. L’acqua era quella del mare, il sale pizzicava, ma la donna le insaponò la faccia, la pelle e i capelli.

Avvertiva gli occhi della sconosciuta sul collo, sulle spalle, le sue mani erano forti e morbide e le scivolavano addosso con l’acqua. Qualcosa dentro di lei iniziò a pulsare.

Una volta fuori, la donna la coprì con un telo rosso e la fece sedere su dei grossi cuscini coperti di perline e campanelle.

Non era una casa vera e propria. Le pareti erano di lamiera e stoffa colorata, le luci erano solo candele dalle forme morbide, la porta era una finestra rotonda dai vetri verdi e gialli. il pavimento era la sabbia, il letto una montagna di coperte cucite tra di loro. L’acqua del mare quasi entrava e appollaiata su un comodino c’era una vispa gazza ladra.

A Nella ricordò una di quelle favole che non si potevano leggere, piene di sogni e colori, e profumi e magia. Si strinse dentro al telo.

«Io mi chiamo Serafina. Tu, puoi chiamarmi Sera.»

La donna con gli occhi da gatto sorrise.

La pelle era scura, pareva verde, e le sopracciglia una linea unica, labbra come le pesche mature divise a metà. Dalle orecchie pendevano grossi cerchi dorati. Alle caviglie e ai polsi suonavano piccole campanelle.

«Io sono Nella.»

Si sedette sul cuscino accanto al suo e le diede una tazza dalle forme sgraziate. Il liquido dentro profumava di menta e miele.

«Ti scalda. Fuori accuminciò a chiovere.»

Ora che ci faceva caso, si poteva sentire la pioggia cadere sul tetto di lamiera, come tanti piccoli aghi.

Quando a Maggio la pioggia cadeva, era calda come zuppa e, quando s’asciugava, restavano macchie di terra e l’aria profumava di elettricità.

«Perché lo mozzicasti?»

«Mi fece schifo.»

Sera rise. «Bevi.»

La ragazzina obbedì. Bevve due sorsate calde e sentì il pulsare tra le gambe sempre più forte. Sotto il telo ormai umido, la sua pelle sembrava tendersi verso la donna.

Si guardò attorno e notò un dettaglio che le era scappato.

Su quello che le pareva un comodino, ma che era una cassetta della frutta, coperta di pizzo sporco, c’era un altare.

Le candele e l’incenso bruciavano in un piattino. Al centro c’era un teschio.

«Non t’ascantare, piccirì. Quello è un morto tranquillo, mi aiuta a pregare.»

Nella, in chiesa ci andava tutte le domeniche e sua madre pregava tutti i giorni ma, a casa sua, non aveva mai visto niente di simile.

Sera prese una bottiglia da terra, controllò se ci fosse ancora qualcosa dentro, annusò e infine bevve lunghe sorsate. Finito, si passò il braccio sulla bocca.

«Che ti rissero ri creaturi che vivono nel mare?»

«Nino mi parlò della Sirena e della Luna.»

«E?»

«Che suo papà che era il mare realizzò un suo desiderio e ora lei è uno scoglio e sta con la Luna.»

Sera rise, infilò due dita nel reggiseno e, come un mago di strada, ne fece uscire una sigaretta.

Il teschio la fissava sorridente, le mosche volevano attorno alla frutta e alle ossa, e ai fiori rossi e gialli ben disposti nei grossi buchi dove prima c’erano gli occhi.

«Piccirì, a te la storia non te la contarono giusta… Sale si chiamava, la sirena. Era la più bella delle figlie del Mare, c’aveva capelli scuri come gli scogli e occhi come corallo. Ogni notte, Sale nuotava di nascosto con la Luna. Ogni notte faceva l’amore col suo riflesso e ogni notte sentiva la mancanza di lei. C’aveva assai pretendenti, la sirena, e tutti offrivano a suo padre qualcosa pur di averla.

«Il Mare c’ha sempre fame, non te lo scordare. È avido. Quindi era felice di avere una figlia così, che gli avrebbe fatto avere tutto quello che desiderava…Ma Sale non accettò. Non poteva maritarsi nessuno di loro, perché avrebbe perso la Luna per sempre. Il Mare s’arrabbiò tanto che la maledisse. ‘E così è stato il tuo stupido cuore a farti chistu? Allora non ne avrai più bisogno!’, strillò in tempesta. Le prese il cuore e lo trasformò in pietra. In quella gigantesca pietra che tiene la Luna ogni notte senza poterla toccare.»

«La sirena? muriu?»

«No. Lei l’ha mandata dove non avrebbe mai rivisto la luce della Luna. Nel nero più nero, dove ballano le alghe e le ombre. È lì che lei aspetta.»

«Aspetta?»

«Sì. Aspetta che qualcuno esprima un desiderio.»

La donna le si era avvicinata, Nella poteva sentire profumo di vino e limoni nel suo respiro.

Le punte dei suoi capelli le sfiorarono la pelle del viso. Nella non tolse gli occhi dai suoi e avvertì qualcosa di caldo farsi strada sotto l’asciugamano.

«Il Mare a sua figlia l’amava, così mentre la lanciava negli abissi le disse che se qualcuno, con l’anima sporca come la sua, l’avesse trovata, avrebbe potuto esprimere un desiderio. E lei sarebbe stata libera.»

Le dita di Sera le carezzarono la coscia, lentamente, su e giù, e il pulsare divenne insopportabile.

Le dita le entrarono dentro, spinsero, cercarono qualcosa. Nella non poté trattenersi e sospirò. Il pulsare si era calmato. Sentiva solo forti onde calde infrangersi dentro il petto. Istintivamente aprì le gambe.

Sera si chinò su di lei e sentì la punta della sua lingua sul petto leccar via il sale, disegnando simboli confusi. Le sue dita continuavano a massaggiarla. Urlò quando avvertì la bocca di Sera chiudersi sul suo seno, baciarlo, morderlo.

L’aveva fatta sdraiare e aveva immerso il viso tra le sue gambe.

Esplosioni di rosso e nero invasero la mente di Nella.

Non ricordava bene come fosse tornata a casa, né cos’altro avesse detto Sera. I suoi occhi, però, tornarono a trovarla ogni notte.

Dell’amore, Nella, aveva letto solo nella bibbia. Sapeva che l’amore per Dio era il più bello e il più forte di tutti.

Quando provava a chiedere a sua madre di suo padre, di come s’erano innamorati, lei la colpiva e la mandava in camera sua.

Solo una volta le aveva risposto. Il vino ormai le aveva macchiato i denti e le labbra.

«Che vuoi, Nella? Che vuoi sapere? Guardami. L’amore ti mangia, pezzo a pezzo, ti svuota. Si manciò tuo padre e siccome era buono si manciò puru a mia.», era esplosa in lacrime, la bocca nera storta in una smorfia.

Era Luglio.

Le cicale cantavano il caldo, l’aria sapeva di agrumi e foglie d’ulivo, del tanfo di pesce appena pescato e sventrato per strada.

Sangue e interiora cadevano a terra, mescolandosi alla polvere.

Nella la rivide quella mattina in paese.
Ogni inverno andava via con la famiglia e ogni estate tornavano.
Viveva tre case più giù. Sua madre li definiva i finti poveri, quelli che venivano in paese solo per le vacanze.

Non si salutarono.
Quando tornò a casa, Nella pranzò, aspettò che sua madre finisse il pasto e sparecchiò, muta.

Attese di sentire il leggero russare roco della donna dalla camera infondo al corridoio.

Aprì la finestra della sua stanza e scese in strada.
Il caldo saliva dall’asfalto rovente, ma corse a piedi scalzi.
Quando arrivò alla spiaggia era vuota.
C’era solo una barca rovesciata, in legno, bianca rossa e blu, una vecchia lampara. Suo nonno c’aveva insegnato i nomi delle barche, perché un giorno doveva maritarsi nu piscature, e doveva sapere quelle cose.

La lampara era sempre là. Qualcuno c’aveva disegnato sui due lati della prua due occhi grandi e calmi. Occhi da gatto.

La ragazza ansimava, inspirando aria ustionante.
Indossava una veste da casa, bianca e semplice, di lino rovinato. Si avvicinò all’acqua, così calma e silenziosa che pareva di ceramica, la sentì pizzicarle le caviglie, le ginocchia, la vita e i seni.

Quando uscì lei era là. Questa volta si sorrisero.

Senza aspettarla, l’altra s’infilò sotto la lampara, veloce come un randagio. Nella corse, sentendo la sabbia attaccarsi ai piedi bagnati, e la raggiunse.
Erano passati nove mesi. Era cambiata.

Il fisico non era più asciutto, ma morbido e abbondante sui seni e sui fianchi.

La pelle era coperta di lentiggini, e le labbra, che prima erano una dolce fessura, erano sbocciate e scurite. Si chiamava Idda, e in quei suoi occhi come il carbone Nella ci si perdeva sempre.

Si sorrisero ancora, mentre facevano scivolare le mani l’una sul corpo dell’altra.

Il tanfo delle alghe al sole si mescolava al profumo del mare. Granelli di sabbia volavano ovunque ad ogni sospiro.
La luce del sole filtrava appena tra i sottili spiragli tra una trave e l’altra del cadavere di legno.
La mano di lei salì dai fianchi fino al seno.
Le sfiorò un capezzolo, piccolo e duro come una pietra sotto la veste bagnata, e subito riprese a pulsare quel qualcosa di caldo tra le gambe.

Prese Idda per le spalle e si mise su di lei. Sotto i vestiti non avevano nulla. Appoggiò il sesso su quello dell’amata, la sentì gemere e bagnarsi, si mosse come le onde contro gli scogli.

Idda le allacciò le gambe alla schiena, come per paura potesse scappare, e la baciò. Prima baci piccoli e veloci, di fretta, come dita sui tasti di un pianoforte.
Poi lenti.

La lingua lasciava una scia più scura e il sapore del sale bruciava la gola, passò la punta sul collo, disegnò il profilo dei seni, scese sullo stomaco.

Idda dovette mordersi la mano per non urlare. Col fiato corto e la pelle arrossata dal piacere fece lo stesso a Nella.

Rimasero là, strette, per un eternità e un secondo.
Quando si alzarono Nella vide il sangue, una piccola pozza, che si era addensato con la sabbia. L’orlo della veste macchiato.
Idda scivolò fuori, lanciandole un’ultima occhiata d’intesa.

«Domani?»

Lei aveva annuito, la bocca arricciata in un riso contenuto.
Corse via, Nella attese di sentire i suoi passi lontani per uscire a sua volta.

Entrò fino alla vita in mare, provò a togliere il sangue dal vestito.

Niente.

Una improvvisa malinconia le morse lo stomaco.

Mentre si incamminava verso casa, diede un’ultima occhiata alla barca e sentì l’impulso di ringraziarla, perché coi suoi grandi occhi aveva vigilato sul loro amore segreto.

Ricordò questo, mentre il suo corpo cadeva in acqua.

Continuava a guardare il tetto d’acqua che ora la ricopriva, sempre più lontano.

Le avevano raccontato che, dopo essere morti, l’anima si sarebbe staccata dal corpo. Che sarebbe andata via, che si sarebbe vista dall’alto mentre volava in paradiso.

Ma Nella non volò via.

Rimase lì, legata alle sue ossa e alla sua carne, anche quando i pesci mangiarono la sua pelle.

Riposò con lo sguardo rivolto al tetto d’acqua, che le sembrava più lontano del cielo. Ogni notte piccole macchie bianche le facevano compagnia, e l’acqua si tingeva di luna.

Non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso.

Vedeva con gli occhi vuoti.

Sentiva da orecchie spente.

Una notte qualcosa cambiò. Venne avvolta da qualcosa di grande, viscido e caldo.

Viaggiò sulle correnti fredde, attraverso foreste d’alghe e coralli, fino ad arrivare nel punto più buio e profondo del mare.

Lei era là.

Di code ne aveva tre. Lunghe e squamose, strisciavano nell’acqua senza sosta. Il corpo morbido di una giovane. Sulla testa crescevano coralli rossi come sangue, le adornavano il collo e le spalle.

I seni coperti di macchie e marciume.

Sulla faccia di pelle non ce n’era, né occhi, né ciglia. Solo un teschio sorridente che la fissava. I capelli mulinavano, una massa infinita, ancora più scuri del loro abisso d’inchiostro.

«Cosa hai fatto?»

Le sue parole erano nell’acqua salata, nelle alghe, negli scogli.

Nella una risposta non l’aveva. Ricordò Idda. Le sue labbra, il suono del suo cuore.

Il volto di sua madre trasformarsi in quello di una creatura oscena, gli occhi spalancati e la bocca storta.

La sirena le carezzò le ossa.

«Esprimi un desiderio e io lo esaudirò.»

Nella ci pensò a lungo.

Ascoltò la musica delle maree che vorticava tutt’intorno.

Ricordò anche il rosario. Consunto e graffiato dalla troppa fede.

Allora pregò.

Era Settembre e il caldo non se ne voleva andare.

Sua madre era lì. I capelli, i pochi rimasti, erano bianchi e sottili come fili di cotone. La pelle era cadente e gialla.

Quando la vide rientrare in casa scoppiò a ridere.

Nella prese il rosario da terra e glielo mise tra le mani.

«Arrivasti.»

Lei le baciò la fronte.

La prese per mano, come aveva sempre desiderato facesse lei, e la condusse là, sulla scogliera, per ammirare lo spettacolo.

Arrivate dove si poteva vedere il paese come un piccolo presepio, Nella, o quello che una volta lo era, scrutò il mare.

Alzò un braccio e, con un movimento fluido, diede il via alla musica.

La prima onda travolse il porticciolo.

Fece saltare le grosse tegole azzurre per aria, come coriandoli.

Sua madre riprese a ridere. I pescatori urlarono. Un suono dolce, appena percettibile. I loro corpi furono risucchiati mentre la seconda onda si infrangeva sulle case, la terza le sommergeva e la quarta le trascinava via.

Le persone scappavano, piangevano e pregavano.

L’ultima onda trascinò la piccola chiesa, ancora bianca come la pasta di mandorle.

Tutti, come ultima cosa, videro la grande onda che li portava via. Nessuno vide lei.

La meravigliosa creatura che danzava nell’acqua e scivolava su di loro, portando tutto nel nero.

Dove non c’è né paradiso né inferno.

Solo i mostri.

U-mostru

 

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