Anche il vento ha tolto il disturbo

La spiaggia è deserta, Il cielo è grigio e le nuvole un unico macigno.

Mi siedo a pochi passi dall’orlo del mare.

Lei arriva poco dopo.

Sento i suoi passi nudi avvicinarsi.

Non riesco a guardarla subito.

Si siede accanto a me e distende le gambe, dritte come bacchette cinesi, aperte. Le ho sempre detto che è da maschiaccio, ma lei continua a farlo.

-Mi è sempre piaciuto qui…

-Lo so.

-Mi ci portavi sempre. Ricordi?

Annuisco.

-Venivamo qui solo per passeggiare. E per le pannocchie, quelle arrosto, ne andavi matta. Non ci facevi tornare a casa se non te le compravamo…

Ridacchia, -È vero…le facevano là!

Con la coda dell’occhio ora la vedo. Il vento le scompiglia i capelli neri, tagliati corti come quelli di un ragazzo. Di sua madre ha preso solo il sesso e le forme. È identica a me.

-Perché hai smesso?

-Cosa?

-Di portarmi qui. Perché?

-Sei cresciuta.

-Ah. Già.

Indossa solo il vestito di cotone bianco che portava per il mio compleanno. La pelle scura, le dita delle mani lunghe e affusolate e quelle dei piedi curve come virgolette.

Ha l’aria stanca. Sospira e, quasi fosse un contagio, lo faccio anche io.

Disegna con l’indice qualcosa sulla sabbia, ma non riesco a capire cosa.

Sento di doverle chiedere qualcosa ma non so se ho la forza di farlo. Poi riprende a parlare.

– Un giorno… Era mattina, credo fosse Domenica, di sicuro era Agosto. Faceva caldo. Io ormai nuotavo da anni e andavo in acqua da sola. Mi avevate comprato il costume nuovo, bianco con i pois rossi…mi sentivo bellissima. Quando sono entrata in acqua, tu e mamma iniziaste a litigare. Non so per cosa…urlavate e mi avete perso di vista. Dopo qualcuno ha strillato più forte e vi siete fermati. Mi avete vista in acqua, pancia sotto. Un uomo mi ha fatto la respirazione bocca a bocca. Ho vomitato acqua salata.

-Sì, ricordo.

-Cosa ti sei chiesto?

-…

-Cosa ti sei chiesto, tornando a casa?

-Mi sono chiesto come avessi fatto a sentirti male. Non avevi mangiato. Non c’era vento. E nuotavi perfettamente…

Lei mi guarda.

-Mi sono chiesto se avessi finto. Se fosse solo un modo per attirare…ma eri troppo piccola.

-Ti è sempre rimasto il dubbio però…-, accenna un sorriso imbarazzato.

Il vento continua a soffiare ma il cielo cambia colore. Ora le nuvole si spostano tutte dietro di noi, galoppano veloci, e lasciano spazio a un tramonto autunnale. Rosso, arancio, giallo, c’è anche del viola ma poco. L’acqua è verde scura là dove il sole la bacia, e quasi nera qui, dove siamo noi.

Mi prende il mento tra le dita della mano destra e mi volta la testa. Guarda come sono vestito e scuote il capo.

-Niente. Per quante volte ti ripeta come si fa il nodo della cravatta… non mi ascolti mai!

Comincia ad armeggiare con la mia cravatta, facendo svolazzare le dita. Prima su. Poi tira, infila, tira, stringe, guarda il risultato, due, tre volte, continua ad aggiustarlo.

Alla fine, sembra soddisfatta.

Sorride.

Mi spazzola via anche pelucchi immaginari dalla giacca, mi sistema i capelli e liscia la barba.

-Sei sempre il solito.

-Ho preso da te -, tento un sorriso. Lei ride di cuore.

Continua a esaminare come sono vestito. Il mio completo migliore, in lana, nero. La camicia è nuova e, dopo oggi, penso che la butterò via.

Tremo e sfrego le mani sulle braccia e sulle gambe, poi le chiudo a conchiglia per soffiarvi dentro aria calda.

Ha le spalle e le gambe scoperte, i piedi nudi. Non si accorge del gelo.

-Papà?

-Sì?

-Sei arrabbiato con me?

È sempre lei a iniziare i discorsi.

– Non lo so.

-Sai che non avevo scelta. Vero?

Ci penso.

– Potevi venire da noi. Potevi parlarmene.

-Avevi già i tuoi problemi.

-Non importa. Ci sarei stato…

-Lo so.

Sento come delle voci in lontananza, mi volto ma siamo soli. Sento anche un forte odore, come di legna arsa e mi chiedo da dove arrivi.

La guardo mentre con le dita modella volti nella sabbia ma, per quanto impegno ci metta, dopo pochi istanti il mare torna a cancellare tutto.

-Non è colpa tua, papà. Nemmeno della mamma. Non è di nessuno.

Deglutisco a forza e mi asciugo le guance tirando le maniche della giacca fino oltre le dita, le lenti degli occhiali si appannano.

-Forse è mia -, conclude lei, avvicinando il suo viso al mio.

-Sono tuo padre. Dovevo fare qualcosa…-, la voce trema ed esce come il lamento di un gatto

Mi stringe forte e sento che le sua braccia sono troppo sottili, vorrei chiederle se mangia poco o male, ma non avrebbe senso oramai. Annuso il suo profumo, che avevo sempre trovato troppo forte, ma che ora non vorrei lasciar andare.

-Te l’ho detto, non potevi. Non riuscivo ad aiutare te. Non riuscivo ad aiutare la mamma. Non riuscivo ad aiutare me stessa… Ero stanca.

-Non dovevi aiutarci.

-Sentivo di doverlo fare.

Mi stringe più forte, il vento fischia e poi si calma di botto.

-Sono fatta così. Sono come te.

-Ma io non…

Mi blocco, perché “Io non” vuol dire tante cose. Tante, troppe, cose in ritardo.

-Sei sempre stata la più forte.

Slaccia l’abbraccio e torna a guardare il mare.

Passano secondi sospesi nel silenzio, anche il vento ha tolto il disturbo e il mare, il cielo e la sabbia sono immobili, come noi.

-Ero stanca di esserlo.

Poi mi passa una mano sulla testa, facendo frusciare i capelli corti e brizzolati, ispidi come i denti di una spazzola.

-Papà?

-Sì?

-Ti prenderai cura della mamma, sì?

-Lo faccio sempre.

-Ci provi sempre.

Sorrido e gli occhi bruciano sempre di più. – Sì. Ci provo sempre. Ci proverò.

-Bene…

La guardo, questa volta negli occhi e li ha davvero come i miei. Rivedo il giorno in cui vomitò acqua salata. Era svenuta sulla sabbia, le ciocche di capelli attorcigliate in grovigli umidi, la pelle sembrava quasi gialla. Provai a chiamarla ma non rispose, gli occhi restarono chiusi, la bocca semi aperta e uno sconosciuto che vi soffiava dentro.

Un soffio, due, tre, quattro…

Riaprì gli occhi. Fu quella la prima volta che li notai per davvero?

Non mi erano mai sembrati più simili ai miei, neri e senza fondo, così neri che catturano la luce e non la lasciano più andare.

-Papi…

-No.

-Devo andare…

-No. Sono tuo padre… decido io quando puoi andare.

Lei soffia una risata e piange, e mi dà un bacio sulla fronte. Si alza. So che devo lasciarla andare, ormai, ma le stringo un polso. La stringo per pochissimo. Poi se ne va.

-Perché siamo qui?

Lei non si volta ma so che sorride.

-Non lo so, papi. Mi ci hai portata tu, ricordi?

Vedo la mia bambina che si allontana, la vedo entrare nel mare lentamente, il vestito gonfiarsi sull’acqua. Prima fino alle ginocchia. Poi la vita. Il seno. Si volta solo un ultima volta, con gli occhi ancora pieni di lacrime e mi sorride. Dice qualcosa ma è lontana. Io però la sento.

-Anche io- rispondo.

Poi scompare.

 

I suoni passano da lontani a ovattati a fastidiosamente opprimenti. Mi guardo attorno e c’è troppa gente.

Qualcuno mi ha scosso, vuole che gli stringa la mano.

Dice qualcosa, tipo ‘Condoglianze’. Annuisco e basta. Un’altra mano. Ancora parole.

Sento la testa vuota mentre ondeggia, vedo una realtà che mi sembra ronzare, come quando ci si alza troppo in fretta e la testa formicola in maniera fastidiosa.

C’è odore di legna, qualcuno ha acceso il camino. Inspiro e provo a mettere a fuoco.

Alzo lo sguardo verso il tavolo, coperto di fiori, così tanti e di tanti colori che mi appaiono tutti grigi.

Una foto incorniciata mi sorride. E mi perdo di nuovo in quegli occhi.

Così neri che catturano la luce per non lasciarla andare più via.anche-il-vento

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