Sangue marcio

La macchina camminava a passo lento per le vie, strette come vene, che percorrevano il paese.

Un uomo alla sua destra. Uno alla sua sinistra. Due davanti.

Don Virzì guardava dritto davanti a sé.

«E chidd’avutru ?[1] »

L’uomo alla guida guardò l’altro al suo fianco, che rispose.

«Fatto, [2]. Sistemato.»

«Come.»

«Lei non si preocc…»

«Come?», la domanda cadde pesantemente.

L’uomo incespicò. Rispose l’altro.

«Niente, Zì. Troveranno la lettera. E lui è volato. Tutto a posto.»

Don Virzì annuì.

Arrivarono alla villa poco prima della mezzanotte.

Entrarono prima i quattro uomini, poi il Don.

Infine loro uscirono.

Lui rimase solo.

*

Non beveva da anni. Da quando Sonia se n’era andata, pace all’anima sua. Ma forse era stato meglio così. Forse era stato meglio che il tumore se la fosse mangiata, che non avesse visto quel disonore.

Sentì il vino rosso e caldo scendergli in gola e tossì.

Sgracchiò[3] rumorosamente a terra.

«Don? , tutto bene?», gli avevano chiesto.

«Mh?»

Si era voltato appena, gli occhi azzurri seminascosti dalle palpebre pesanti.

Una mano nodosa era poggiata sul tavolo settorio e l’altra ad accarezzare la barba morbida e bianca.

«Si sente bene?»

Questa volta si era voltato.

«Credi che possa stare bene, Tano?», aveva esortato, avvicinandosi con passo lento.

«No. Ha ragione. Mi scusi.»

Non aveva risposto. Un sospiro.

«Uscite», un cenno con la mano e i quattro uomini si erano dileguati, sguardo basso.

Era rimasto solo.

Con lei.

Distesa, immobile, quasi fosse di cera. La pelle olivastra,i capelli che si diramavano sull’acciaio,come turbini neri. Gli occhi spalancati.

Glieli aveva chiusi.

«Chi mi facisti fari? Non dovevi farmi questo Nora. Cha ti pigghiasti ddu pezz’i diebule? Du sorcio![4]»,sputò a terra.

Poi le aveva preso la mano sinistra tra le sue.

Si era asciugato il volto e le aveva sfilato la sottile fede d’argento.

Si era voltato solo un’ultima volta, poco prima di aprire la porta dell’obitorio.

«Addio, figghia mia. »

 

Bevve.

Sapeva cosa dicevano di lui. Sapeva cosa Nora aveva fatto alla sua reputazione. La vergogna pungeva la bocca dello stomaco senza sosta, più del dolore.

Perché i tempi potevano essere cambiati ma la vedova di un uomo d’onore era sacra.

Una donna sacra non si unisce ai sorci,ai deboli.

Ora nessuno avrebbe più detto che Don Virzì aveva generato sangue amaro. Marcio.

Ci aveva pensato lui. Aveva sistemato tutto.

Quando la bottiglia fu vuota si sentiva la testa così pesante che decise di restare a dormire là, nel piccolo studio. Si accasciò sulla poltrona. Lasciò andare lo sguardo un’ultima volta, per qualche secondo, alla foto sul tavolino.

Sonia. Lui. La piccola Nora. Occhi grandi e neri come macchie d’inchiostro.

Con le ultime forze ficcò la mano nella tasca dei pantaloni e prese l’anello. Lo strinse tra l’indice ed il pollice.

«A mì picciridda…[5]»

Don Virzì chiuse gli occhi.

Un suono. Un altro. Qualcuno stava bussando alla porta d’ingresso.

Gli ci volle un po’ per capirlo.

Non si chiese perché qualcuno stesse bussando a quell’ora della notte o perché quel qualcuno non usasse il campanello. Sentì solo il cuore accelerare.

Attese.

Quando poggiò nuovamente la testa allo schienale bussarono, più forte. Colpi insistenti.

«Figghi i… ma cu è ?[6]»

Tump tump tump tump

«Arrivo…»

Tump tump tump tump tump

«Sto arrivando!», Virzì quasi inciampò.

Tump tump tump tump tump

«Allora! Si può sapere cu cazzu è?», sbraitò spalancando la porta. Ma ad accoglierlo c’era solo la notte umida e il canto dei grilli.

Rimase fermo a guardare. Poi scoppiò a ridere e richiuse.

Era a metà del corridoio quando bussarono ancora,questa volta delicatamente.

Si fermò.

«Chi è?», provò a chiedere ancora.

Silenzio.

«Non ho nessuna intenzione di…»

Tump tump tump tump tump

Il suono era assordante,dovette premere i palmi delle mani sulle orecchie. Era così forte che le mura sembravano tremare.

«BASTA! ARRIVO! BASTA!»

Ad ogni passo la porta sembrava più lontana.

Quando riuscì ad aprire,aveva il fiato mozzo.

Qualcosa entrò.

Una  macchia bianca schizzò tra le sue caviglie, solleticandolo, zampettando fino alla poltrona. Si arrampicò e salì sul tavolino. Infine si issò sulle zampe posteriori e fissò lo sguardo su di lui.

Occhi grandi e neri.

il topo mosse la coda.

L’uomo sentì la collera travolgerlo, il sangue arrivargli in testa e i capelli drizzarsi.

«Fuori! Vatinni![7]»

Il topo continuò a fissarlo, arricciando il naso.

Virzì si sentì stupido. Questo lo fece imbestialire ancora di più.

Senza pensare, prese la prima cosa che ebbe sotto mano, una statuetta in finto marmo, e la lanciò contro l’animale.

Aveva sempre avuto una buona mira. E il topo non provò neanche a muoversi.

Lo prese in pieno, la sua pelle sembrò esplodervi contro.

Virzì non capiva perché il cuore continuasse a battergli in quel modo. Si avvicinò.

Piccole gocce rossastre macchiavano il tavolo e la foto.

Sputò a terra, disgustato, sentiva uno strano sapore in gola.

Il cuore continuava a non calmarsi.

Il ticchettio di un orologio lo distrasse. Si guardò intorno. No, non era un ticchettio. Era qualcosa di diverso.

Là, all’angolo del vecchio tappeto blu, un topo bianco stava rosicchiando qualcosa.

«Ma… tu… io…»

L’animale lo fissò.

Un altro suono, questa volta proveniente dall’alto. Dalle mensole della libreria piccoli occhi rossi lo stavano scrutando.

Uno zampettare frenetico lo fece girare verso la scrivania. Erano anche là.

Tutti lo stavano osservando.

Virzì continuava a sentire il rumore dei denti del ratto sul tappeto che scalfivano la fede, ma ancora di più rimbombava nelle sue orecchie il suono del cuore, sempre più veloce e doloroso.

«C-che… che cazzo volete?»

Rumore di denti. Battito del cuore. Qualcuno bussava alla porta.

«No. No a me non mi fottete… lo sapete chi sono io?»

Denti. Cuore. Porta.

«Vi sistemo io…DON VIRZì UN SI SCANTA I NUDDU![8] »

Ogni suono era amplificato, ogni movimento doloroso.

Decise di correre fino alla sua camera, là avrebbe preso la pistola. E li avrebbe sistemati. Tutti. Ci avrebbe pensato lui.

Ma loro erano anche là. Sul corrimano. Sulle scale.

Occhi.

Cuore.

Il dolore si fece accecante. Nino Virzì sentì una una forte nausea, mentre le gambe cedevano. Cadde di schiena, sentendo il tonfo del suo corpo sul pavimento come provenire da lontano.

Boccheggiante sentì ancora una volta le palpebre pesanti. Voltò il capo.

L’ultima cosa che vide fu un sorcio bianco con una fede tra i denti.

sangue-marcio-jpg


[1]  Quell’altro?

[2] Epiteto con cui si chiamano i Don.

[3]  Sputò

[4] Che ti sei messa con quel debole! Quel sorcio!

[5] A mi picciridda : La mia bambina.

[6] Figghi… ma cu è? : Figlio di… ma chi è?

[7] Vattene!

[8] Don Pipitone non si spaventa di nessuno!

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